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Riflessioni (sul) TaiJi

«Cosa vogliamo dal TaiJi? Cosa significa praticare il TaiJi Quan? Cos’è il TaiJi

Tutte queste domande dovremmo sempre porcele e tentare di darvi una risposta sincera.

Se continuiamo a pensare al TaiJi come ad una strana ginnastica, molto bella ed esotica, siamo certamente fuori strada. Se vogliamo nasconderci dietro la solita definizione di “arte marziale”, io credo, siamo ancora fuori strada. Se ci buttiamo a capofitto nella convinzione che è un modo di guadagnare salute e benessere, perché così è stato detto per secoli, cosa otterremo, infine dal nostro TaiJi? Cosa otterremo da noi stessi?
Certo: «cosa otterremo da noi stessi?» Perché comunque siano le cose, siamo noi che pratichiamo questa “strana cosa”, ed a noi tutto ritorna. Non possiamo credere che, a prescindere dal nostro approccio, a prescindere da noi stessi, il risultato verrà perché è il TaiJi Quan in sé che ce lo procura, come se fosse un farmaco.
Ma poi: quale risultato?
Se restiamo nell’ottica della ricerca oggettivante di risultati specifici, ci chiudiamo all’essenza del TaiJi. Diventiamo praticanti alla rincorsa di soddisfazioni di parti di sé.
Vogliamo essere in grado di eseguire un bel movimento, alla ricerca di un’espressione estetica o tecnica? Ma il TaiJi non è una coreografia da mostrare agli altri! Stiamo solo soddisfacendo una richiesta edonistica.
Vogliamo essere il miglior combattente, in possesso dell’arte marziale più sottile che esista oppure essere in possesso dell’”elisir di lunga vita”? Ma il TaiJi Quan non può essere ridotto a questo. Forse stiamo ancora cercando di soddisfare le solite richieste dell’ego, magari in risposta alle nostre paure.
Allora, cosa stiamo cercando di soddisfare attraverso il TaiJi? E perché proprio attraverso questa pratica e non un’altra? Si, perché per dare soddisfazione a queste “parti” non è necessario il TaiJi Quan, e non è neppure necessario andare a “cercare verso oriente”.
Il TaiJi Quan è un movimento di apertura alla vita! Un modo per recuperare una sensazione primaria dell’essere umano. Proprio come l’apertura della meditazione o della poesia, senza fini particolari appartenenti alla piccolezza delle nostre richieste egoistiche.
Non c’è nulla da conquistare, tutto da scoprire!
Proprio come con un buon amico: se ci avviciniamo a qualcuno per trarne profitto, vantaggi, colmare nostre mancanze, non saremo mai in sincera amicizia. Scoprire il piacere, l’apertura che dona un’amicizia è il senso stesso dell’amicizia. Ed il TaiJi sa essere un buon amico.

Lo Zingarelli dice che ‘conquistare’ è «fare un territorio oggetto di appropriazione esclusiva da parte di uno stato. Ottenere con la forza. Raggiungere con lotte, fatiche, sacrifici. Cattivarsi, guadagnarsi psicologicamente». È questo che stiamo chiedendo al nostro TaiJi? Possedere qualche dote particolare, dominare qualche aspetto di noi, degli altri, o della vita?
Sempre - frequentando le varie palestre - ho visto ragazzi e adulti, immersi come apneisti nel TaiJi, che cercavano di «raggiungere con lotte, fatiche, sacrifici», in sostanza, veramente cercavano di «ottenere con la forza» il loro TaiJi Quan. Migliorare la tecnica. Migliorare l’estetica. Migliorare l’”abilità”! Quanta fatica, quanto sudore. Come se il fine fosse il TaiJi Quan stesso!
Usciamo! Respiriamo!
Il TaiJi è una scoperta
. E ‘scoprire’ è «liberare da ciò che copre, ripara, chiude, nasconde. Rendere visibile, lasciar vedere. Arrivare a conoscere ed a far conoscere agli altri, l’esistenza di fatti, luoghi, cose, persone, prima ignoti. Riuscire a vedere, a distinguere, specie in lontananza. Manifestare, rivelare, dare a conoscere, il proprio modo di pensare, di agire. Uscire dai ripari, venire in luogo aperto» (Zingarelli).
Scoprire, aprirsi, senza volontà di arrivare da qualche parte o di possedere qualcosa. Sentire…

Ecco il TaiJi Dao!