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Il Taiji Quan ed il TaiJi Dao

«Il ‘Pugilato della Vetta Suprema’ (Tai Ji Quan) gode ormai di una fama notevole in tutto il mondo. Per la sua morbidezza, a molti occidentali è parso una “danza marziale” e, per la sua leggerezza, anche un “pugilato delle ombre”
Esistono numerose scuole di tale arte che si differenziano sia per il numero che per la forma stessa delle posture che caratterizzano il proprio stile [...]. Il TaiJi Quan è una successione più o meno lunga di movimenti e “passi”, eseguiti molto lentamente, con movenze morbide e circolari (come gli esercizi QìGong); le sequenze, di qualsiasi tipo siano, non devono mai essere interrotte, come il continuo fluire di Energia e movimento della natura .
[Vi] ritroviamo i princìpi regolatori del cosmo e dell’uomo. Sempre fondamentale è la legge del Taiji, per l’appunto, cioè l’alternarsi di Yin e Yang: tutti i movimenti si esprimono attraverso la circolarità, movimento naturale del cosmo, che conosce fasi di espansione e di ritiro; ogni gesto è tale; è un avvicendarsi di Yin e Yang.

«L’adepto obbedisce unicamente ad un ritmo: egli non è che un’asse, un perno, ed assiste come uno spettatore all’alternarsi di Yin e Yang, così come il saggio contempla gli avvenimenti della vita, partecipandovi pur tuttavia con il proprio non agire»
Ciò che non è evidente è il cosiddetto NeiGong, cioè il vero e proprio “lavoro interiore” che deve mettere in opera il praticante di TaiJi.
Il Taiji Quan, perlomeno per quanto riguarda il suo aspetto non marziale , cioè di “tecnica di lunga vita”, dovrebbe essere considerato una forma di QìGong dinamico [...], non dovrebbe differire dagli esercizi di lavoro sul Soffio. Per potere ottenere i medesimi risultati il praticante deve padroneggiare le sequenze in modo talmente automatico (o meglio “spontaneo”) che la sua mente non debba essere occupata dalla complessa esecuzione dei gesti e passi. Questo si può ottenere con la pratica e molta costanza, passando per il difficile compito della memorizzazione, fino a raggiungere la “maestria del gesto”»

(Tratto da: Esercizi e movimenti del corpo come equilibratori energetici -
le tecniche psicofiscihe della tradizione cinese
,
Tesi del corso Seminariale in "Tecnologie Biomediche e Medicina Naturale",
del Dott. Schmid, 2002 [Riproduzione vietata])

All'Associazione "La Tartaruga" abbiamo ritenuto importante chiamare i nostri corsi
"TaiJi Dao".
Con questo nome intendiamo sottolineare la nostra ambizione: non "insegnare il TaiJi", ma "insegnare attraverso il TaiJi"! Mostrare un cammino alla scoperta di sè - una vera e propria Via (un "Dao") - oltre la tecnica.
In quasi tutte le scuole ed i corsi si insegna la tecnica del TaiJi Quan, per conoscerne i gesti, che risultano spesso artificiosi e senza senso, se non visti in un'ottica applicativa marziale.


Noi vogliamo far sì che questa disciplina diventi un modo per conscere i "segreti" del movimento di un corpo sano e scoprirne la naturalezza; entrare in contatto profondamente con se stessi ed il proprio corpo, scoprirne l'unità con la mente ed anche cosa c'è oltre.
Il TaiJi diviene così uno strumento di crescita, prendendo in considerazione l'aspetto energetico (QìGong: lavoro energetico), e solo in seconda istanza la parte tecnico-marziale (Quan).

YaoShan non ascendeva al pulpito da tempo. Il sovrintendente del tempio gli disse:
«La congregazione [dei discepoli] desidera da tempo essere istruita. Vi prego di spiegare il Dharma [la legge del Budda]».
YaoShan fece suonare la campana. Quando la congregazione si raccolse, egli ascese al pulpito. Dopo un po', ne ridiscese e tornò nella sua stanza. Il sovrintendente lo seguì, e gli domandò:
«Poco fa avevate promesso di spiegare il Dharma alla congregazione. Perché non avete detto neanche una parola?»
YaoShan replicò:
«Per i Sutra [testi e precetti], esiste già l'insegnante dei Sutra; per gli Shastra [commenti ai Sutra], l'insegnante degli Shastra. E allora perché biasimarmi?»

Antico racconto del Buddismo Chan (Zen)

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